tradimenti
Desiderio proibito
Angel1965
08.02.2026 |
852 |
0
"Francesca
urlò, il corpo scosso dagli spasmi dell’orgasmo, le pareti interne che si contraevano attorno a lui, strizzando ogni
ultima goccia di sperma mentre lui continuava a muoversi, ..."
Angelo e Francesca si lasciano travolgeredalla passione nella biblioteca di famiglia,
tra confessioni piccanti e desideri
inconfessabili.
La villa di famiglia, immersa tra le colline toscane, respirava il calore opprimente di un pomeriggio d’estate. Le
persiane di legno, scrostate dal sole, lasciavano filtrare strisce di luce dorata che si allungavano pigre sul
pavimento in cotto, disegnando geometrie spezzate sui mobili antichi. L’aria era densa, carica del profumo dei
girasoli che ondeggiavano oltre le finestre aperte, mescolato al sentore dolciastro della pelle sudata. Angelo si
era rifugiato in biblioteca, il posto più fresco della casa, con la scusa di dover controllare alcuni documenti. In
realtà, sapeva che sarebbe arrivata. Come sempre.
La porta scricchiolò leggermente, un suono quasi impercettibile, ma lui lo riconobbe istantaneamente. Non si
voltò. Rimase seduto alla grande scrivania di noce, le dita che tamburellavano distrattamente sul legno
consumato, mentre con la coda dell’occhio vedeva la sagoma di Francesca stagliarsi contro la luce del corridoio.
Indossava un vestito leggero, di lino bianco, che le aderiva ai fianchi come una seconda pelle, evidenziando le
curve generose che aveva sempre nascosto con una falsa modestia. I capelli scuri, raccolti in una crocchia
disordinata, lasciavano scivolare ciocche ribelli lungo il collo, dove qualche goccia di sudore luccicava come
cristallo. Angelo sentì il sangue affluirgli all’inguine, il cazzo che cominciava a stirarsi contro i pantaloni di lino, già
troppo stretti per contenere l’erezione che premeva insistente.
«Stai lavorando?» La voce di Francesca era un sussurro roco, carico di una malizia che non aveva bisogno di
parole per farsi capire. Si avvicinò lentamente, i tacchi bassi che picchiettavano sul pavimento, le dita che
sfioravano il bordo della scrivania mentre si chinava appena in avanti, abbastanza perché il vestito si tendesse sul
seno, lasciando intravedere il solco tra i seni pieni, la pelle abbronzata che contrastava con il bianco del tessuto.
«O stai solo facendo finta, come al solito?»
Angelo inspirò a fondo, le narici che si dilatavano per catturare il suo profumo—un mix di crema solare, lavanda
e quel sentore muschiato, inconfondibile, che aveva solo lei. «Dipende» rispose, la voce bassa, graffiante. «Da
cosa vuoi che stia facendo finta.» Finalmente sollevò lo sguardo, gli occhi che si posarono su di lei con una fame
che non si curava più di nascondere. Francesca sorrise, un ghigno lento e pericoloso, mentre con un dito
tracciava una linea invisibile sul legno, avvicinandosi sempre di più alla sua mano. «Potrei aiutarti a concentrarti»
mormorò, «se è quello il problema.»
Non ci fu bisogno di altre parole. Angelo allungò una mano, afferrandole il polso con forza, tirandola verso di sé
con un movimento brusco che la fece sbattere contro il bordo della scrivania. Francesca ansimò, ma non per il
dolore—per l’eccitazione che le serpeggiava nello stomaco, che le faceva inumidire le mutandine all’istante. Lui
non perse tempo. Con l’altra mano le sollevò il vestito, scoprendo le cosce lisce, la pelle calda sotto le sue dita
callose. Non portava le mutandine. Mai, quando sapeva che sarebbero rimasti soli. Angelo ringhiò, un suono
gutturale che vibrò nel silenzio della stanza, mentre con due dita le apriva le labbra della fica, già gonfie e lucide
di umori. «Porca puttana, Francesca» sibilò, «sei sempre bagnata come una troia in calore.»
Lei rise, un suono breve e rotto, mentre si arcava contro le sue dita, spingendo i fianchi in avanti per offrirsi
meglio. «È colpa tua» ansimò, le unghie che si conficcavano nel legno della scrivania. «Ogni volta che mi guardi,
so che stai pensando a come riempirmi. A come farmi urlare mentre mi scopi come si scopa una puttana.» Le
parole le uscivano di bocca senza filtri, sporche e vere, mentre Angelo le infilava due dita dentro con un colpo
secco, facendola gemere. Era stretta, bollente, i muscoli interni che si contraevano attorno alle sue dita, come se
volessero risucchiarle sempre più a fondo. «Dimmelo» comandò lui, la voce un ringhio mentre aggiungeva un
terzo dito, allargandola senza pietà. «Dimmi che sei la mia puttana.»
Francesca chiuse gli occhi, la testa che cadeva all’indietro, i capelli che le sfioravano la schiena sudata. «Sono la
tua puttana» ripeté, le parole che le uscivano a scatti, tra un ansito e l’altro. «La puttana di mio cognato. Quella
che si fa scopare mentre sua sorella non sa niente.» Angelo sentì il cazzo pulsargli dolorosamente nei pantaloni.
Non poteva aspettare oltre. Con un movimento rapido si slacciò la cintura, abbassò la zip, liberando l’erezione
gonfia e rossa, le vene che pulsavano sotto la pelle tesa. Non era un cazzo normale—era grosso, spesso, la punta
già umida di pre-sperma che colava lungo l’asta.
Francesca lo guardò, gli occhi che si dilatavano per un istante prima di abbassarsi, la lingua che usciva a leccarsi le
labbra gonfie. «Dio, Angelo» mormorò, «ogni volta che lo vedo, mi chiedo come faccia a starci tutto dentro.» Lui
non rispose. Afferrandola per i fianchi, la sollevò di peso, facendola sedere sulla scrivania, le gambe aperte, il
vestito arrotolato sulla vita. Si posizionò tra le sue cosce, la punta del cazzo che sfiorava l’ingresso della sua fica,
già scivoloso per quanto era bagnata. «Allarga le gambe» ordinò, la voce un comando che non ammetteva
repliche. Francesca obbedì, spalancandosi per lui, offrendogli la vista oscena delle sue labbra rosate, gonfie, che
tremavano in attesa. «Di più» insistette Angelo, le mani che le stringevano le cosce, costringendola ad aprirsi
fino a farsi male. «Voglio vederti. Voglio vedere la mia puttana che si offre.»
Lei ubbidì, le ginocchia quasi a toccare il legno della scrivania, esponendosi completamente, senza pudore.
Angelo si passò la mano sull’asta, spalmando il pre-sperma sulla punta, prima di appoggiarla contro il suo
clitoride gonfio. Francesca sussultò, un gemito strozzato che le sfuggì dalla gola. «Ti piace, eh?» lui ghignò,
cominciando a strofinarsi contro di lei, la punta che scivolava su e giù lungo la fessura, senza penetrarla. «Ti
piace quando ti faccio aspettare. Quando ti faccio impazzire.»
«Cazzo, Angelo, ti prego» supplicò lei, le unghie che graffiavano il legno, i fianchi che si muovevano in cerchi
disperati, cercando di catturarlo. «Ho bisogno di te dentro. Adesso.» Lui rise, un suono oscuro, mentre con una
mano le afferrò un seno, strizzando il capezzolo duro tra le dita, facendola sobbalzare. «E cosa mi dai in cambio,
puttana?» domandò, la punta del cazzo che premeva appena contro l’ingresso, senza entrare. «Cosa sei disposta
a fare per il mio cazzo?»
Francesca non esitò. Con un movimento rapido si chinò in avanti, afferrandogli l’asta con una mano, la bocca che
si apriva in un cerchio perfetto mentre si calava su di lui, inghiottendo metà della sua lunghezza in un solo, fluido
movimento. Angelo imprecò, le dita che si conficcavano nei suoi capelli, tirandole la testa all’indietro mentre
cominciava a muoversi, la bocca di lei che lo avvolgeva stretta, calda, la lingua che giocava con la venatura sotto
la punta. « Così » ringhiò, spingendo i fianchi in avanti, costringendola a prendere sempre di più, fino a sentirlo
toccarle la gola. Francesca tossì, ma non si ritirò. Anzi, gli afferrò le natiche, spingendolo ancora più a fondo, gli
occhi che lacrimavano mentre lo guardava dal basso, la bocca piena del suo cazzo.
«Ti piace, eh?» ansimò Angelo, estraendosi appena per poi spingersi di nuovo dentro, fino in fondo. «Ti piace
essere la mia troietta che si ingolla tutto.» Francesca gemette in risposta, la saliva che le colava dagli angoli della
bocca, lungo il mento, mentre lui cominciava a fotterle la bocca con colpi secchi, senza pietà. Ogni volta che si
ritraeva, le lasciava un filo di bava appiccicosa che si allungava dalle labbra al suo cazzo lucido, prima di tornare a
sprofondare dentro di lei. «Succhia» comandò, la voce roca. «Succhia come se fosse l’ultima volta.»
E lei lo fece. Lo succhiò come se la sua vita dipendesse da quello, le guance che si scavavano, le labbra strette
attorno all’asta, la mano che gli massaggiava le palle, sentendole pesanti, piene di sperma che presto sarebbe
finito dentro di lei. Angelo chiuse gli occhi per un istante, il piacere che gli bruciava lungo la spina dorsale, ma si
costrinse a ritirarsi prima di venire. Non era così che voleva finire. Non oggi.
Con un movimento brusco la sollevò, facendola sdraiare sulla scrivania, i documenti che volavano via, le penne
che rotolavano sul pavimento. Francesca rise, un suono rotto, mentre si divaricava per lui, le gambe aperte, i
piedi che si appoggiavano sul bordo del legno. «Allora?» lo provocò, le dita che si infilarano dentro di sé,
allargandosi per lui. «Non vuoi scopare la tua puttana preferita?» Angelo non rispose a parole. Si gettò su di lei,
afferrandole le gambe e sollevandogliele sulle spalle, la punta del cazzo che si posizionava contro il suo buco, già
dilatato dalle dita. «Guardami» ordinò, gli occhi che bruciavano nei suoi. «Voglio che mi guardi mentre ti scopo.»
E poi affondò. Un colpo solo, secco, che la riempì completamente, facendola urlare. Era stretta, bollente, i
muscoli che si stringevano attorno a lui come una morsa, cercando di trattenerlo mentre lui cominciava a
muoversi, i fianchi che sbattevano contro i suoi con una forza che faceva tremare la scrivania. «Cazzo,
Francesca» ansimò, le dita che le si conficcavano nelle cosce, lasciandole dei segni rossi che sarebbero durati
giorni. «Sei fatta per il mio cazzo. Solo per il mio cazzo.» Lei gemette in risposta, le unghie che gli graffiavano le
braccia, le tette che rimbalzavano ad ogni colpo, il sudore che le imperlava la pelle, facendola luccicare sotto la
luce del pomeriggio.
«Più forte» supplicò, la voce rotta. «Ti prego, Angelo. Fottila come si fotte una puttana.» Lui non si fece pregare.
Le afferrò i fianchi, sollevandola quasi completamente dalla scrivania, i piedi che penzolavano nel vuoto mentre
la penetrava dal basso, colpendola in un punto che le fece vedere le stelle. « Così » urlò lei, la testa che cadeva
all’indietro, i capelli che si spargevano sul legno. « Così, cazzo! Sono la tua puttana! La tua troia! Scopami come
se fossi l’ultima volta!»
Angelo perse ogni controllo. I colpi diventarono selvaggi, il ritmo sfrenato, il suono della pelle che sbatteva
contro la pelle che riempiva la stanza, mescolato ai loro gemiti, alle imprecazioni, alle parole sporche che si
scambiavano senza più vergogna. «Ti sto riempiendo, Francesca» ansimò, sentendo le palle che si contraevano,
pronte a esplodere. «Ti sto riempiendo di cazzo, puttana. E tra un secondo ti riempirò di sperma.» Lei rise, un
suono rotto, mentre si toccava il clitoride, massaggiandolo in cerchi veloci, sentendo l’orgasmo che le montava
dentro come un’onda impossibile da fermare. «Fallo» lo incitò, gli occhi che si fissavano nei suoi. «Vieni dentro di
me. Riempimi. Voglio sentirti colare fuori per giorni.»
Fu quello a farlo crollare. Con un ultimo colpo violento, Angelo si seppellì dentro di lei, il cazzo che pulsava
mentre cominciava a venire, getti caldi e densi che le riempivano l’utero, marcandola, reclamandola. Francesca
urlò, il corpo scosso dagli spasmi dell’orgasmo, le pareti interne che si contraevano attorno a lui, strizzando ogni
ultima goccia di sperma mentre lui continuava a muoversi, allungando il piacere fino a farlo diventare dolore.
Quando finalmente si fermò, erano entrambi senza fiato, sudati, i corpi incollati l’uno all’altro, il seme che
cominciava a colare fuori da lei, lungo le cosce, macchiando il vestito di lino bianco.
Angelo si ritirò lentamente, il cazzo ancora semi-duro, lucido del loro misto di umori. Francesca rimase sdraiata
sulla scrivania, le gambe ancora aperte, il respiro affannoso, mentre lui si sistemava i pantaloni, lo sguardo che
non riusciva a staccarsi da lei. «Ogni volta che scopo mia moglie» disse finalmente, la voce bassa, carica di una
verità che non poteva più nascondere, «è te che vedo. Te. La mia puttana.» Francesca sorrise, un ghigno lento e
soddisfatto, mentre si sollevava sui gomiti, lasciando che il suo sperma le colasse fuori, gocciolando sulla
scrivania. «Bene» rispose, la voce ancora roca. «Perché ogni volta che mio cognato mi scopa, so che sto
tradendo tutto. E mi fa venire solo a pensarci.»
biblioteca villa toscana cognato sesso orale penetrazione vaginale mutandine assenti dominazione sesso al lavoro
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore.
Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per Desiderio proibito:

Discussioni sul pianeta Swinger e non solo...
